| MarcioMan | Tibet | Africa | Blog |
Quiz Giochi |
![]() Chi sono io.... Beh. Io sono il Diavolo. E chi altri sennò.... no, no, non un diavolo serio uno di quelli con le corna alte come candelabri, col volto scuro. Male assoluto. - Dammi una mano a sconfiggere Dio!- No! Chi ti vuole a te! Non faccio favori a nessuno!- Vieni qua a bere un bicchiere!- Un bicchiere! Che... mi hai visto....sono Satana! Non bevo! No... io sono un diavolo ateo... e un po' puttaniere... ma in senso metaforico. Uno che di rosso ha solo il calice. Uno di quelli che si pianta sotto il sagrato a tirare Madonne senza avercela con nessuno. Un diavolo filosofo. Che legge di fisica quantistica e di Woody Allen senza notarne la differenza. Uno che è talmente scettico sulla religione, che ala fine crede in dio più di tutti. Il diavolo d'ottocento. Come quei poeti che a forza di dire poesie e parlare delle piccole cose della vita intanto s'erano fatti tutto il circondario. Non di quei diavoli in giacca e cravatta, borghesi e puntigliosi che credono nell'Altissimo e nel loro portafogli. Un diavolo di borgata un po' giudeo errante un po' zingaro. Mendicante di pensieri malriusciti. Poeta del piccolo e del grottesco. cantore d'amore e di vita. Un poco stronzo. Non ipocrita. Fanfarone. Volete sapere da quando sono diventato diavolo.... beh.... non so se è il caso di dirvelo. E' un discorso lungo.... sa di vendetta e agonismo. Molto sarcastico, un po' misterioso. | Lavori Lavori |
AMICI MIEI- MARIO MONICELLI
|
Ama la vitaAma la vita così com'è Amala
quando tutti ti abbandonano, Amala nella piena
felicità, Amala seppure non ti dà ciò che potrebbe, Non vivere mai senza vita! Madre Teresa di Calcutta |
![]() FILOSOFIA PERSONALE Ciascuno di noi è un po' filosofo o comunque ha qualcosa da dire. A volte darsi delle regole aiuta, avere degli schemi per capire il mondo, per esserne attori. Credo che in questo mi sia servita la mia filosofia... per il resto, è una serie di stronzate che vi risparmierei volentieri consigliandovi invece di leggere qualche battuta sparsa per la pagina... comunque, per i sognatori e ccole qua, ordinate come se fosse un libro. -L'uggiosa teoria degli assoluti#1 -L'uggiosa teoria degli assoluti#2 -L'unica cosa importante: Ridere... -Saper godere della vita: hedonè Il profondo significato della vita nel pensiero di CarboCar.
| AMICI MIEI- PIETRO GERMI Tu muori e chi ti
ricorda più? Certo, sarebbe bello se qualcuno di noi potesse durare. Ma
io non ci spero, cioè... ci spero poco». Così Pietro Germi in una delle
sue ultime interviste prima di morire. E l’applauso grande con cui il
pubblico di Taormina, chiudendosi il Festival delle Nazioni, ha
salutato il film Amici miei, da Germi avviato e da
Monicelli condotto in porto, è stata la risposta a quella speranza:
Germi durerà. Almeno fin tanto che qualcuno, interrogandosi sulla vita,
troverà anche nel cinema, dietro la facciata d’un film burlesco, non
dico le ultime risposte, ma nuove amare domande, e cercherà di
difendersi dalla paura buttandola in ridere. Amici miei, alla
cui sceneggiatura hanno messo mano anche De Bernardi, Benvenuti e
Pinelli, è infatti una opera crudelissima e scanzonata, cattiva come
una beffa del Lasca e cupa come il racconto d’un filosofo pessimista.
E' una girandola di baie e una pagina di Masoch, la ghirlanda di un
delirante Piovano-Arlotto e il gioco d’un becero Gianni Schicchi. È
anche il singhiozzo d’una generazione di empi. E il più bel film sulla
maledizione di essere toscani che l’Italia sinora abbia fatto.Quattro amici, oggi a Firenze, tutti sui cinquanta. Il Perozzi, capocronista, è diviso dalla moglie: vive con un figlio adulto, ma i due non hanno nulla da dirsi. Il Melandri fa l’architetto, e si vanta d’avere una bella voce. Il Necchi fa il barista: gli è morto un bambino ma non ha perso l’allegria. Il più scalcinato è il Mascetti, un nobile decaduto che pur avendo moglie e figlia da sfamare se la fa con una studentessa minorenne, un tipo che vi raccomando. Quattro amici, di scuola e di caserma, che si comportano da ragazzacci, da goliardi, e da fiorentini di buona razza. La loro massima gioia è stare insieme, andar vagabondi fra città e collina, prendere per il bavero la gente e sfottere se stessi. Traguardo estremo: distruggere i minchioni. A qualcuno le loro avventure sembreranno cretine, ma un toscano di sangue sano troverà sublime il correre alla stazione a schiaffeggiare gli indifesi viaggiatori;- in partenza affacciati ai finestrini mentre il treno si muove e non possono reagire, o piombare in un paesotto e spargere il terrore fingendosi mandati a scegliere le case da abbattere subito per una nuova autostrada. Viviamo in un mondo dove la cattiveria è l’unica forma rimastaci di libertà. I quattro cavalieri dello scherno, che ridotti malconci da un incidente d’auto hanno messo a soqquadro un ospedale, a un certo momento divengono cinque. È quando, per essersi il Melandri faticosamente liberato d’una signora che gli aveva fatto girare non soltanto la testa, al gruppo si aggiunge il marito di lei, un chirurgo illustre meritatosi fiducia proprio accanendosi contro di loro. Scroccare un pranzo facendosi passare per invitati a un ricevimento di snob, e giocare uno scherzo stercorario ai genitori patrizi d’una bimbetta, sarà il meno: il capolavoro verrà quando, adocchiato il Righi, un poveraccio disposto a tutto pur di arrotondare la pensione, gli fanno credere di essere criminali incalliti, dentro il giro della droga, e il chirurgo il loro boss, e lo coinvolgono in una falsa sparatoria con una supposta banda di marsigliesi. Per liberarsene, gli daranno a intendere che il boss è morto, e lo spediranno a Reggio Calabria camuffato da frate. Ma lo rivedremo, e sarà nel momento che è la chiave del film. Mentre ai funerali del Perozzi (burlatosi anche del prete venuto a benedirlo), i quattro amici superstiti, per un momento smarriti, non sapranno soffocare la risata: felici d’aver preso a gabbo, col povero Righi, anche la morte. L’ultima cosa di cui aver paura, quando nemmeno la vita merita d’essere presa sul serio se non è una continua, disperata e se occorre malvagia sfida dell’intelligenza alla meschinità quotidiana. Film molto più elaborato di quanto sulle prime possa sembrare, Amici miei è l’analisi di un modo di esistere a cui concorrono opposti elementi: l’oltranza del ferire e la ferocia autodistruttiva; l’elogio della vita come gioco, che quando uno esce di scena gli altri continuano il girotondo, e la condanna dell’infantilismo, socialmente improduttivo e politicamente reazionario; la lode dell’amicizia ma anche la sconsacrazione del suo mito; la gelosia degli intellettuali verso i semplici che si divertono gratis e lo sdegno per il loro disimpegno. In Amici miei c’è tutto questo, un po’ alla rinfusa, senza la compattezza d’ispirazione che avrebbe potuto mettervi uno scrittore alla Malaparte e con sbalzi di corrente nella tensione narrativa. Ma con una varietà di prospettive, e un divertito sgomento nella perfidia, che conferiscono mordente a quasi tutte le situazioni. E, anche grazie alla fotografia di Kuweiller, con lividi riflessi nella gran baldoria, che la dilata ad affresco di città. Chiamato dalla fiducia di Germi a realizzare il progetto, Mario Monicelli deve essere contento di sé. Ha reso un omaggio intelligente alla memoria di un amico, e ampliando gli schemi della commedia all’italiana col custodire la polivalenza di significati del soggetto ha saputo raccogliere intorno al film le simpatie di spettatori molto diversi: dei meno esigenti, che rideranno vedendo quante forme possa prendere la virtù fantastica della canzonatura (il Mascetti, che aggiunge un tocco di follia verbale agli sberleffi degli amici, è col Melandri il personaggio meglio riuscito), e di quelli più pensosi e più colti, che riconosceranno in queste cronache sarcastiche l’eco d’una lunga tradizione letteraria, il piacere del cinema della naturalezza, l’assillo d’una scelta esistenziale. Gli uni e gli altri faranno festa a Tognazzi e a Philippe Noiret, tornati a dire insieme la loro grande ricchezza espressiva, ma saluteranno con simpatia anche Gastone Moschin, Adolfo Celi e Duilio Del Prete (le donne, belle e/o brave, sono Olga Karlatos, Silvia Dionisio, Milena Vukotic e Angela Goodwin). Una partecipazione coi fiocchi dà Bernard Blier. Nel ruolo attonito del Righi egli è il Calandrino d’un film che forse, con una punta in più di tragico, sarebbe piaciuto persino al Boccaccio. Certamente a Germi, che dunque aveva ragione di sperare. Da Corriere della Sera,27 luglio 1975 |